Le ho chiesto di scegliere un albero per una meditazione e siamo rimaste lì, lei abbracciata al suo ulivo, io sedutale accanto, per una piccola pratica di chiusura del nostro incontro di counseling.

Sarebbe tutto più semplice se fossimo circondati dalla natura ogni volta che dobbiamo lasciar andare qualcosa.
Sarebbe più facile rilasciare le tensioni, poter guardare una forte emozione senza timore, poterci ricordare che siamo qui per dare frutto. E forse sarebbe scontato sentirci più a casa nel mondo e perdonarci.

Il tema della libertà è al centro di tutto il sistema dello yoga e della filosofia ad esso connessa. Dalle pratiche psico-fisiche alla letteratura vedica, l’obiettivo è sempre quello di portarci a riconoscere ciò che ci incatena.
Che siano pensieri inutili, false credenze, legami condizionati, identificazioni sbagliate, ciò che è importante è poter vivere e agire senza più entrare in quei meccanismi che ci fanno soffrire e a volte anche ammalare.

Patañjali ce lo dice utilizzando tre parole chiave in alcuni sūtra: saṁskāra -duḥkha -pariṇāma.
Trasforma (pariṇāma) ciò che è diventato una traccia in te (saṁskāra) e che ti crea dolore (duḥkha).
Trasforma quell’abitudine che invece di aprirti alla vita ti fa sentire sola e sbagliata.
Trasforma quell’ automatismo che ti rende rigida nel corpo, nel cuore e nella mente.

Trasformare non vuol dire sopprime o negare. Significa essere onesti con noi quando riconosciamo ciò che dentro è diventato malsano.

Che bel verbo il trasformare.
Mi parla di forza e al tempo stesso di rispetto: se esiste qualcosa in questa vita ha sempre il suo senso, il suo perché.
Mi parla di coraggio e di responsabilità: a sporcarci le mani dobbiamo essere noi e nessun’altro.
Mi parla di essere creatura e creatore insieme: sono qui per imparare ma anche per contribuire.

Che bel verbo il trasformare.