Arriva sempre quel momento durante la pausa estiva in cui mi do’ il compito di sistemare la stanza in cui studio, mi rifugio e preparo le mie pratiche.
Ogni volta mi ritrovo circondata da tanti, tanti appunti, spesso scritti sul retro di fogli già usati o dentro a vecchi quaderni di scuola dei miei figli.
È in questi piccoli luoghi scarabocchiati e dispersi che ritrovo, come per magia, pezzettini dei mesi passati: abbozzi di progetti, parole sospese, pensieri liberi lasciati scivolare durante il giorno, suggerimenti di pratiche per qualche allieva.
E rileggendoli immancabilmente mi domando: “Ma quando farò questa cosa?” “Davvero ho scritto questo?” o “Mi è ancora utile?“
E poi, andando più in profondità: “Ma questi insegnamenti li ho fatti diventare miei? Sono entrati profondamente nel mio quotidiano o sono rimasti solo una superficiale intuizione?”
Credo sia davvero una bella pratica quella che mi aspetta ogni volta, sia per fare ordine interno, per lasciare che quel fuoco della disciplina mi permetta di sganciarmi da ciò che non mi serve davvero; sia perché il rivedere la strada mi svela alla verità.
Tra lo studio e la pratica, tra i libri e il quotidiano, tra i maestri e la vita, si gioca infatti il nostro impegno ad osservarci, a smascherare resistenze, ad accogliere paure, a fare esperienza sul campo con le persone che più ci toccano dentro.
E questa sacra pulizia estiva è in fondo anche l’occasione per osservare le mie conquiste e le mie innumerevoli ricadute e per questo volermi ancora più bene.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo lo yoga.