“Questo giorno che ho perso e che non ha fruttato se non una mestizia, il puntiglio del suo modesto mucchio di faccende.”
Inizia così la poesia letta a lezione: un giorno smarrito dentro a un fare scontento.
Abbiamo connesso radici e cuore questa settimana per ricordarci di muoverci nel quotidiano portando sacralità, portando azioni giuste per il tutto e non esclusivamente per noi.
L’India ha sempre una visione vastissima, che va ben al di là di una singola persona o di una singola vita, E’ una visione che comprende la società, il mondo intero e molte, molte esistenze.
“Questo giorno che ho perso ed ero nell’esilio dentro a panni che non erano i miei e scarpe che mi disagiavano e tasche che non riconoscevo”
Nella filosofia indiana ognuno ha il proprio posto: il proprio svadharma. Siamo chiamati a tenere in piedi il mondo attraverso la nostra vocazione perché quando non siamo in “ciò che è per noi” siamo come un piccolo pezzo di puzzle mal incastrato e non contribuiamo all’armonia e all’ordine del cosmo.
“…e correvo correvo puntuale senza neanche un dono per nessuno. Solo un vuoto, corto respirare. A conferma che nel disamore il fare anche se fai resta non fatto. “
Abbiamo connesso radici e cuore per ricordarci che se non portiamo amore nel luogo in cui siamo attraverso quello che facciamo il nostro fare resterà un fare vuoto, sterile. Non darà frutto per nessuno. Creerà solo disordine.
Pratichiamo per non perdere i giorni.