Ho un piccolo Buddha di legno sopra il mio altarino. Apparteneva alla mia maestra. Non so con precisione da dove arrivi ma ricordo di averlo visto da sempre. Era posto sopra una mensola in quella stanza adibita contemporaneamente a studio e a ingresso della nostra yoga shala. Ci ritrovavamo lì- chi in piedi, chi seduto sul divano o su una sedia -ad aspettare l’arrivo di tutti e intanto a raccontarci della settimana o a parlare dei fatti del mondo.
Quello spazio temporale di attesa era il giusto accesso alla disciplina. Ci faceva ricordare che il tempo della pratica è un tempo di cura ed è doveroso averne rispetto. Ci faceva ricordare che la vita, con tutti i suoi impegni, le relazioni e i suoi ingranaggi, poteva anche aspettare perché ritrovarsi interiormente era una necessità.
Mi piace tanto questo Buddha, non solo perché come tante altre raffigurazioni presenta grandi orecchie (capaci di ascoltare per davvero), un grande ventre (simbolo di quella saggezza piena e inesauribile che arriva dal cuore) e quel contagioso sorriso di chi sa che la vita è il gioco costante di māyā, (dell’illusione), ma ne sa goderne; mi piace anche perché ha un seno evidente e molto femminile.
Forse questo potrà far sorridere ma personalmente mi fa anche molto riflettere: quanto è importante la parte femminile in ognuno di noi, uomini e donne?
Quanto è importante l’accoglienza- totale, amorevole, incondizionata, – degli eventi, dei passaggi, della Vita intera?
Quando il mio sguardo ricade in questa semplice ma incantevole statuina è come se ogni volta mi chiedesse: “Con quanta apertura, fiducia e leggerezza stai attraversando questo momento?”
Piccolo Buddha, veicolo dell’Immenso, prometto che mi impegnerò.