Con lo yoga non ci occupiamo direttamente di analizzare i nostri traumi e risanare le ferite ma impariamo come prima cosa a vedere il loro effetto su di noi. Impariamo a portare attenzione, presenza e consapevolezza prima di tutto al corpo, in quelle zona d’ombra che sono chiuse, cicatriziali o dove il respiro risulta più difficile, ben consapevoli che lì sono raccolte le nostre lacrime, i nostri rancori, le nostre paure.
Lavoriamo con fiducia sulla materia-corpo eppure non c’è una vera trasformazione se in quel lavoro non siamo presenti a noi stessi, se non pratichiamo con l’intenzione di accogliere le nostre resistenze insieme a un intenso desiderio di comunione con tutti i nostri piani.
E’ un procedere controtendenza quello che ci richiede lo yoga. E’ un toglierci dall’essere multitasking, sempre divisi tra mille cose da fare, mille interessi da seguire; è un ritornare a essere semplici e in quella semplicità cercare la profondità, cercare l’intimità.
Sottilmente è un grande invito a lasciarci coinvolgere in ogni frangente della vita: a metterci impegno quando dobbiamo agire, a fermarci quando dobbiamo scegliere, a ballare quando c’è da festeggiare, a stare nel dolore quando c’è da comprenderlo.
Indirettamente creiamo le circostanze giuste per far accadere dei piccoli miracoli proprio perché siamo lì per noi.
Ciò che ci guarisce è sempre l’amore.